sabato 22 dicembre 2007

I DIRITTI CIVILI IN CUI CREDE IL PD

19 Dicembre 2007

Lettera di Walter Veltroni - La Repubblica

Caro Direttore,

non so, se l'Italia odierna si possa definire meno laica rispetto a quella di quarant'anni fa. So che oggi vedo un Paese più moderno, dove i costumi e le relazioni tra le persone si informano a fondamentali principi di libertà, a un sostanziale rispetto dei diritti individuali e delle identità.

So che nella vita quotidiana i rapporti tra gli individui, e non solo tra le giovani generazioni, non somigliano a quelli tipici della società italiana di quarant'anni fa, quando provincialismo, moralismo e anche una buona dose di bigottismo erano molto diffusi.

Allora cominciarono avanguardie e movimenti a introdurre nell'agenda politica temi e conquiste che si imposero poi nella società. Oggi, come nel caso delle coppie di fatto richiamato dall'articolo di Mafai, è la politica ad essere chiamata a dare risposte legislative adeguate e moderne, in linea con il costume, il sentire diffuso, i cambiamenti della società. La politica deve riuscire a far questo, e il Parlamento è il luogo naturale dove confrontare i diversi convincimenti, le diverse idee e sensibilità che attraversano il Paese. Nell'unico modo possibile e in grado di condurre ad una soluzione il più possibile condivisa: in un clima di autentico rispetto, di dialogo vero, di consapevolezza che su temi come questi, che riguardano anche i dettami della coscienza, si sgomberi davvero il terreno da integralismi e fondamentalismi, e si possa serenamente affermare il basilare principio della laicità. Laicità delle istituzioni repubblicane, laicità dei comportamenti e delle posizioni individuali, tanto più preziosa quando si affrontano i complessi nodi delle questioni eticamente sensibili. E c'è l'occasione del dibattito sui CUS, che ritengo siano un'ottima base su cui insieme riflettere.

A Roma, dove l'altro giorno il Consiglio Comunale non è riuscito ad approvare nessun atto sul tema delle "Unioni civili", è successo il contrario. Ma ad essere sconfitto, vorrei dire a Miriam, non è stato il Partito democratico, che anzi, tutto insieme, ha cercato di offrire, attraverso un ordine del giorno coraggioso ed equilibrato, un terreno di confronto avanzato, serio e rispettoso di tutte le sensibilità. La sconfitta è stata un'altra. Vittima di integralismi e forzature di vario genere è stata la possibilità (reale) di far sì che la città di Roma chiedesse a voce alta al Parlamento di dare una risposta adeguata e moderna alle aspettative di tanta parte della società, impegnandosi, dal canto suo, a rafforzare tutti gli strumenti già esistenti (a legislazione vigente) contro le discriminazioni e per la tutela dei diritti delle persone, con il criterio della "famiglia anagrafica". A Roma, in questi anni e senza proclami, i diritti sono stati tutelati e rafforzati (con strumenti come questo che le attuali leggi consentono ai Comuni) a favore di nuclei familiari di fatto su aspetti fondamentali nella vita delle persone: le domanda per alloggi popolari, le graduatorie per gli asili nido, alcuni servizi per anziani.

Sulle due delibere di iniziativa popolare e consiliare, la cui eventuale approvazione non avrebbe avuto nient'altro che un mero valore simbolico, senza poter migliorare di una virgola la condizione di vita delle coppie di fatto, non c'era una maggioranza sicura e comunque il loro contenuto era legittimo ma discutibile e non da tutti condiviso. Per questo il gruppo del Pd aveva presentato il suo ordine del giorno, che aveva esattamente lo scopo di non lasciare afasica su questo tema l'Aula Giulio Cesare. Non mi stupisce l'atteggiamento ostile della destra, che tranne alcune eccezioni ha dimostrato poca sensibilità su temi che riguardano la vita delle persone e la lotta ad ogni discriminazione. Comprendo meno, sinceramente, gli interventi letti sul settimanale allegato al quotidiano "Avvenire", contrari alla presentazione dell'ordine del giorno. Rispetto le opinioni e le sensibilità di tutti, ritengo non solo legittimi ma fecondi per la politica interventi e pronunciamenti della Chiesa, ma l'autonomia e la laicità dello Stato e delle istituzioni non possono essere messi in discussione. E comprendo ancora meno, con altrettanta sincerità, il comportamento dei gruppi consiliari della sinistra radicale, che facendo mancare il loro voto favorevole, hanno impedito l'approvazione dell'ordine del giorno presentato dal Partito democratico. O forse riesco a comprenderlo in un'ottica molto più piccola rispetto ai temi in discussione, alla luce di dichiarazioni di esponenti di questa area più legate a questioni di politica nazionale che al merito della cosa. La questione delle Unioni civili, insomma, come una bandiera da agitare, come un pretesto per obiettivi lontani dalle esigenze di civiltà affermate.

In questo senso dovrebbe far riflettere anche la scarsa partecipazione di cittadini alla manifestazione convocata dai promotori delle delibere.

Per questo dico che ad essere sconfitto non è stato il Pd, che anzi in un passaggio così delicato ha dimostrato intelligente compattezza, senso di responsabilità e autentica laicità. Quella laicità che la città di Roma vuole tutelare. E che l'approvazione del documento proposto avrebbe appunto contribuito a tutelare, lungo la linea tracciata con chiarezza in questi anni. Non so se quarant'anni fa sarebbe stato possibile dedicare una via ad omosessuali vittime di violenza e pregiudizi omofobi o se un'Amministrazione Comunale si sarebbe costituita parte civile a favore di queste vittime. E non so se si sarebbero dati i patrocini dell'Assessorato alle pari opportunità all'annuale appuntamento di Piazza Farnese. Questo, a Roma, accade e continuerà ad accadere, senza bisogno di brandire le armi dell'intolleranza o dell'integralismo, procedendo con i soli strumenti possibili ed efficaci: quelli del libero ascolto, del civile dialogo, del laico confronto che nasce dal rispetto del ruolo delle istituzioni e dei convincimenti di tutti e di ciascuno.

giovedì 1 novembre 2007

Il nuovo PD, un partito che rompe con il '900

Da "la Repubblica" del 28 ottobre

Faceva senso assistere ieri all´assemblea costituente del Partito democratico avendo ancora negli occhi l´aula del Senato riunita per dodici ore di seguito e scossa da un piccolo ma continuo maremoto di voti e controvoti. Faceva senso la nascita d´un partito fondato da 3 milioni e mezzo di persone - fatto mai accaduto nella storia europea - rispetto alle pervicaci rissosità di partiti-mosca che stanno devastando la maggioranza parlamentare e che, tutti insieme (sono poco meno d´una dozzina) rappresentano il 5 per cento dei consensi elettorali. All´assemblea costituente di Milano (quasi metà dei suoi delegati erano donne) aleggiava una richiesta di unità, onestà, competenza, innovazione. Si è parlato di passato e di presente ma soprattutto di futuro. Prodi e Veltroni, in concordia tra loro, hanno confermato che con la legge elettorale vigente è impossibile andare a votare; riecheggiando le parole e il giudizio più volte ripetuto dal Capo dello Stato hanno detto che votare con la «legge-porcata» di Calderoli sarebbe una beffa per gli elettori e renderebbe per la seconda volta il Paese ingovernabile. In Senato si votava il decreto fiscale ma i pensieri dei guastatori erano altrove. Vedevano quel voto come l´occasione per regolare i conti tra loro e nello stesso tempo lavorare «al corpo» Prodi e lo stesso Partito democratico la cui nascita è vista come minaccia all´esistenza dei micro-partiti e dei loro grotteschi apparati. Gran parte dei "media" l´altro ieri hanno titolato sulla sconfitta parlamentare del governo, messo in minoranza per sette volte dal voto variamente congiunto dell´opposizione e dei senatori «nomadi» o «apolidi» che dir si voglia. Almeno in apparenza avevano ragione di aprire con quella notizia. Avrebbero tuttavia dovuto valutare che l´esito parlamentare della giornata non era quello. Il decreto fiscale è stato convertito in legge senza alcuna variante rispetto al testo governativo, dopo 350 votazioni in 12 ore che l´hanno interamente confermato. Le sette votazioni incriminate sono avvenute su emendamenti marginali presentati durante il dibattito in commissione e approdati in aula, su cinque dei quali il governo si era rimesso all´assemblea per la loro irrilevanza. Nel voto finale sulla conversione in legge la maggioranza ha vinto con i soliti due voti di scarto. Sono pochissimi e a rischio continuo di incidenti di percorso, ma questi sono appunto gli effetti nefasti della legge – porcata approvata nello scorcio della precedente legislatura dalla maggioranza di allora, ivi compresa l´Udc di Casini che oggi giustamente reclama una legge diversa. Faccia almeno le sue scuse agli elettori l´Udc di Casini e dichiari d´aver sbagliato e di essersi pentita. Invece no, si dichiara vittima della legge che ha voluto e si dice pronta a votarne un´altra migliore ma solo se prima Prodi si sia dimesso. Dove stia la coerenza non si capisce, ma sono tante le cose di Casini che non si capiscono. * * * Sul voto in Senato di giovedì scorso si è per l´ennesima volta innestata la polemica contro i senatori a vita e in particolare contro l´ultranovantenne Levi-Montalcini, bersaglio di insulti definiti giustamente indegni dal Presidente della Repubblica. Indegni perché scagliati contro una donna, contro una scienziata insignita di altissime onorificenze al merito e contro un membro del Senato che ha gli stessi diritti e gli stessi doveri di tutti gli altri componenti di quel ramo del Parlamento. Credo che la migliore definizione di questo problema inventato dal centrodestra l´abbia data Oscar Luigi Scalfaro nell´intervista di ieri al nostro giornale: il voto dei senatori a vita non appartiene ad alcuno schieramento ma agli interessi generali del Paese e alla salvaguardia della Costituzione. Sta dunque a ciascuno di loro giudicare quali siano i temi che richiedono la loro presenza in aula e determinano il loro voto. Ha perfettamente ragione Scalfaro. I senatori a vita Andreotti, Colombo, Levi-Montalcini ritengono evidentemente che l´approvazione della Finanziaria e dei suoi collegati sia un esito conforme all´interesse generale e per questo partecipano a sedute snervanti. Penso che così debbano fare anche gli ex Presidenti della Repubblica che siedono a vita in Senato a meno di eccezionali motivi di impedimento. Dovrebbero farlo anche per solidarizzare con la senatrice Levi-Montalcini; affiancarla nel voto è la maniera più efficace per manifestarle solidarietà. Mi auguro perciò che non deluderanno le nostre attese; dopo tutto è in gioco una legge fondamentale per l´economia del Paese; la sua caduta produrrebbe danni assai gravi all´economia italiana e al credito di cui per fortuna ancora godiamo in Europa e nel mondo. * * * Il discorso di Veltroni all´assemblea del Pd ha, mi sembra, soddisfatto pienamente le aspettative di milioni di cittadini che hanno votato per lui e per il nuovo partito e per i tanti altri milioni che guardano con fiduciosa attesa alla sua crescita nella realtà sociale e politica. Ha ribadito il programma già toccato al Lingotto di Torino quando accettò la candidatura; ha riaffermato che il Pd si muoverà nel segno dell´innovazione e della discontinuità; infine ha ricevuto da Prodi e dall´assemblea il mandato di negoziare con tutte le altre forze politiche una nuova legge elettorale che ci liberi dalla situazione attuale. Ma è evidente che d´ora in avanti le posizioni del Pd e di Walter Veltroni avranno un peso determinante sulle decisioni del governo, sulle delicate questioni dell´economia, della fiscalità, della giustizia, delle liberalizzazioni, dell´istruzione. Nonché sulle questioni eticamente sensibili, come oggi si definiscono quelle che coinvolgono anche il rapporto tutt´altro che facile tra lo Stato e la Chiesa. Certo Veltroni non deciderà da solo; avrà una squadra e avrà addosso gli occhi di quei tre milioni e mezzo di cittadini che hanno votato Pd per poter partecipare alle decisioni. Qui viene acconcio parlare della discontinuità evocata dal nuovo segretario. Che cosa voleva dire Veltroni con quella parola? Discontinuità rispetto a chi e a che cosa? Veltroni l´ha chiarito ma giova ripeterlo perché si tratta di un punto essenziale. Discontinuità del Pd rispetto all´organizzazione dei partiti di massa del Novecento: la Dc, il Pci, il Psi e i partiti piccoli e piccolissimi che con questi tre maggiori hanno convissuto intrecciando con essi le loro vicende. I partiti del Novecento erano costruiti sul territorio, avevano una struttura gerarchica piramidale, le correnti proliferavano e si finanziavano autonomamente assumendo forme di sotto-partiti veri e propri sia pure nell´ambito d´un contenitore comune. Questa è stata la storia della partitocrazia, della cosiddetta costituzione materiale con la quale i partiti soffocarono lo spirito e la lettera della Costituzione repubblicana degradando e occupando le istituzioni, nessuna esclusa, a cominciare dalla massima carica dello Stato. Gran parte delle cause che portarono alla fine di quel sistema fu proprio la degenerazione partitocratica, i finanziamenti illeciti, la corruzione elevata a metodo accettato e legalizzato. La Seconda Repubblica nacque per ricostruire l´effettiva rappresentatività dei partiti e il loro nesso tra la società e le istituzioni, ma ha mancato questo obiettivo. Gli errori sono stati tanti e vanno equamente ripartiti, ma l´errore di fondo è stato per l´appunto la persistenza della vecchia forma-partito gerarchica, burocratica, correntizia. Questo è dunque il punto sensibile sul quale Veltroni ha deciso di operare una sorta di rivoluzione riservando ai tre milioni e mezzo di cittadini-fondatori del Pd un ruolo di decisiva partecipazione attraverso la scelta dei dirigenti regionali e di tutte le candidature ad incarichi pubblici nazionali, regionali, locali. Accanto ad essi una rete di «volontari della politica» cioè di militanti dedicati all´organizzazione esecutiva e all´attivazione di associazioni tematiche per l´approfondimento degli argomenti e la proposta di nuove idee e iniziative. Se come sembra questa sarà la forma-partito dei democratici è lecito prevedere che anche altre forze politiche saranno indotte a farla propria creando una generale e benefica innovazione nella società politica italiana e probabilmente europea. * * * Debbo, per finire, dedicare l´attenzione che merita al discorso pronunciato venerdì dal Governatore della Banca d´Italia all´Università di Torino; un discorso sull´economia italiana pieno di dati e di riflessioni. I resoconti giornalistici e i primi commenti si sono concentrati su alcuni punti salienti di quel discorso: crescita frenata e insufficiente dei consumi negli ultimi quindici anni; salari ai lavoratori dipendenti troppo bassi rispetto ai livelli salariali di Francia, Germania, Gran Bretagna; troppa bassa produttività; disparità salariali tra vecchi e giovani; troppo lunga permanenza dei figli nelle case paterne; cattiva istruzione nelle scuole superiori; necessità di investire nel «capitale umano»; età pensionabile troppo bassa; maggiore flessibilità nel mercato del lavoro. Su alcuni di questi punti c´è stata una convergenza molto ampia, su altri i sindacati hanno eccepito. Montezemolo ha plaudito su tutto, compreso il punto sui bassi salari e sui loro effetti negativi nella crescita del Paese. Una sola osservazione sull´importante adesione di Montezemolo al Draghi-pensiero: il presidente della Fiat poteva risparmiarsi di portare come esempio ai governi la vittoria della Ferrari. Anche Berlusconi si avvale spesso delle Coppe vinte dal Milan come strumento di pressione politica. Speravamo che Luca Montezemolo fosse consapevole che usare lo sport come asset politico è populismo allo stato puro. Ma torniamo al Draghi-pensiero. Ci sono molti altri elementi e cifre che il Governatore ha offerto alla riflessione pubblica. Per esempio: il reddito dei giovani è migliore di quello dell´età di mezzo (33-55 anni); tuttavia i salari d´ingresso italiani sono nettamente più bassi degli altri Paesi europei presi come riferimento; gran parte dell´aumento della produttività, peraltro insufficiente, è stata assorbita dai profitti anziché dai salari. Ma il punto più importante riguarda la precarietà. Draghi punta ad una maggiore flessibilità del lavoro ma aggiunge che la precarietà è la causa principale della insufficiente crescita dei consumi. Sì alla flessibilità dunque, ma no alla precarietà: sembra il ricalco del programma di Prodi, anche se Draghi non l´ha detto. Infine: dove trovare le risorse per rendere praticabile il Draghi-pensiero? Il Governatore esclude ovviamente ulteriori aumenti della tassazione e raccomanda un taglio radicale della spesa, ma in un altro punto del suo discorso afferma che un´altra delle cause che frenano la domanda interna deriva dal timore di tagli di spesa che diminuiscano i servizi fondamentali e l´occupazione. Allora dove bisogna tagliare? Se le tante esortazioni fossero anche confortate da indicazioni concrete di terapia ciò sarebbe utile alla discussione che, fatta in questo modo, finisce per somigliare a invocazioni a Padre Pio e a miracolosi santi consimili. Post scriptum. Sono stato ieri al funerale di Pietro Scoppola svoltosi nella chiesa di Cristo Re a Roma in viale Mazzini. C´erano almeno mille persone, intente e commosse. Officiava il cardinal Silvestrini insieme a tutto il capitolo della parrocchia. Non entravo in quella chiesa da settant´anni; la frequentai da bambino e mentre assistevo alla messa funebre e pensavo all´amico scomparso sono anche riandato a quegli anni così lontani della mia infanzia devota. La folla assiepata nei banchi e nelle navate rappresentava un campione autentico di cattolici ferventi, animati dalla fede e da un impegno civile ammirevole. Lo dico perché conosco molti di loro e so di quell´impegno e di quella fede responsabile e non bigotta. Si sono tutti comunicati. L´intera folla presente ha preso l´eucaristia. Più d´uno si è avvicinato a me per dirmi che preferiscono frequentare i non credenti sinceri piuttosto che i falsi cattolici. Il cardinale ha parlato benissimo e così pure, con brevi parole, il parroco della chiesa. Figli e nipoti del morto si sono avvicendati con letture e pensieri appropriati e commossi. Ho avuto la sensazione di stare con persone perbene, moralmente, intellettualmente e professionalmente perbene. Da non credente mi ci sono trovato a mio agio. Mi hanno dato fiducia nel futuro. Per questo rinnovo il mio ringraziamento alla memoria di Pietro Scoppola, sicuro che i cattolici presenti in quella chiesa e i tanti simili a loro proseguano l´opera sua.

di EUGENIO SCALFARI

domenica 28 ottobre 2007

Come sta la verità nel paese di Gomorra. Di Roberto Saviavo

Tratto da “la Repubblica” del 27 ottobre 2007

L’ idea che Gomorra potesse mutare dimensione e divenire forma teatrale sembra essere parte del suo destino. Nei teatri ci si è incontrati dopo la ca­tastrofe di Tangentopoli, nei teatri si va ad ascoltare chi non può più par­lare in altri posti. Nei teatri si sceglie di discutere dei nuovi percorsi, per­ché bisogna vedersi in faccia, sentire rimbalzare le parole e sentirsi con l’olfatto gli uni con gli atri. Il paradosso che trova soluzione è che proprio il teatro che è in assoluto il luogo della menzogna, della rappresentazione della finzione, divenga il luogo della verità possibile. Delle verità quindi. Senta è ciò che più mi os­sessiona. È l’ossessione del libro. La verità non è misurabile: parametri, prove, risultati di indagine non dicono mai la verità, ma si avvicinano a essa, ne circoscrivono il campo. Ciò che forse si è in grado di va­lutare è la possibilità di riuscire ad articolare la verità, i suoi spa­zi, i suoi perimetri, le condizioni in cui si genera. Quanto spazio oggi ha la ve­rità, il racconto di essa? Le verità più palesi, quelle più nascoste, riescono ad essere rivelate? Gli istituti di ricerca internazionali hanno il compito di monitorare ogni aspetto della vita sociale, politica, economica delle singole nazioni o del loro interagire a livello globale. Devono conti­nuamente raccogliere dati, ag­giornarli con la massima velo­cità, sfornarli. Quel che però tali dati non dicono, è su quali para­metri si misura la valutazione fi­nale, la lettura di quanto è stato messo assieme. Per questo ci vuole una chiave di lettura, un metro di misurazione, un para­metro. I parametri che gli istituti di ricerca mandano come il raggio di una spada laser attraverso la fit­ta coltre dei dati sembrano di una semplicità sconcertante. Per comprendere d’immediato l’andamento della crescita economica di un paese e confrontare i dislivelli di ricchezza plane­taria, si è stabilito un indice dì misurazione basato sul prezzo del Big Mac, il panino più famo­so di Me Donald’s. Più l’ham­burger costa caro, più l’economia del paese è in forma. Allo stesso modo per valutare l’os­servanza dei diritti umani, si va­luta il prezzo a cui viene vendu­to il kalashnikov. Meno costoso è il mitra, più facilmente è accessibile il più letale e leggero strumento di morte, più i diritti umani sono violati. Come valutare lo stato della verità in Italia? Lo stato della possibilità di dirla, di rintracciarla? Il livello dì percezione sismica della verità in questo paese, il suo battito fioco è rivenibile nel polso di molte situazioni ignorate, appe­na sfiorate nelle cronache loca­li, lasciate come picchi isolati: episodi trascurabili per chi in­terpreta il tracciato. Un giudice - più di un giudice - che stava per essere fatto saltare in aria con chili di tritolo, un prete costret­to ad allontanarsi dalla propria parrocchia, un altro che deve dosare le proprie parole duran­te le omelie altrimenti non potrà più pronunciarle, un sindacali­sta ammazzato per aver difeso i diritti dei lavoratori, anzi i diritti di chi voleva portare avanti un piccolo commercio indipen­dente anche solo sulle bancarel­le del mercato. Se raccontassi queste vicende a una cena, in una qualsiasi città di questo paese, i miei commensali rimar­rebbero così perplessi da fatica­re a credermi. O alla meglio di­rebbero che sono storie passate, di decenni trascorsi, di territori circoscritti. Storie siciliane, lon­tane, storie finite. Parlo del mio tempo invece, direi ai commen­sali. E del vostro paese, aggiun­gerei. Spesso quando gli altri mi parlano dell’Italia con i suoi problemi di disorganizzazione, i drammi burocratici, l’urbanistica sregolata, il traffico che sottrae tempo e vita come di una parte scadente d’Europa che è pur sempre Europa, è come se sentissi di vivere in un paese che non conosco. Io conosco un paese dove la vita di ciascuno sconta l’assenza dei principi primi. Decidere di non emigrare. Decidere di poter chiedere uno straordinario senza venir li­cenziati, decidere di aprire un negozio senza almeno orientarsi automaticamente su deter­minate forniture, decidere di prestare la propria testimonian­za senza temere ripercussioni. Poter lavorare ad un’indagine senza avere contro l’intera regione. Ciò che sembra essere assodato altrove, ciò che è sancito per diritto, meccanismo cui si accede per default come direbbero gli informatici, qui non ha valore. Ci sono luoghi e situazioni dove non è possibile pronunciare dei nomi, dove il solo fare il proprio lavoro inizia ad essere un elemento che espone al pericolo. Dove ciò che dovrebbe essere semplice come indicare un errore, segnalare un disastro, decidere di denunciare o soltanto dirlo, chiederlo, pretenderlo, comporta sacrificio. Rischio. Fuga. Pericolo di morte. Questo accade in Italia. C’è da chiedersi, e me lo chiedo spesso, se è la rabbia che mostra soltanto il male, come se generasse uno strabismo dello sguardo orientato verso qualcosa che vive nascosto, e la rabbia lo scova. Come se ciò che ti gira nello stomaco, simile a una bestia chiusa al buio che non riesce a trovare vie di fuga, ti imponesse di non pensare ad altro, ti condannasse all’ossessione di pensare a ciò che non si può esprimere, pensare a come si possa esistere stretti tra poteri sempre più in vasi vi che non ti permettono di vivere come vorresti. Ma ignorarlo, ignorare tutto questo è impossibile. Un’espressione catalana mi ha sempre dato la misura di quanto sia complesso rintracciare la verità: «quando c’è un’inondazione la prima cosa che manca è l’acqua potabile». E nel caos delle notizie vuoi capire davvero cosa sta accadendo. Vuoi acqua potabile. Quanto vale la verità in questo paese? Dove possono essere racimolate le storie che ne tracciano i contorni? L’attenzione diviene determinante poiché è l’attenzione che permette che non ci sia oblio su queste vicende. Ma l’unica attenzione è quella del racconto. Il Teatro muta in voce ciò che è parola, concede viso, copre con un mantello di carne le parole, senza opprimerle anzi scoprendole dandole epidermide e quindi rendendo storie di un luogo d’ogni luogo, una faccia tutte le facce, e questo è ciò di cui il potere, qualsiasi potere ha più paura. Perché non hanno più volti i loro nemici, ma ogni volto può divenire nemico. La potenza dello spazio teatrale come luogo che interrompe la solitudine che permette una diffusione di verità fatta di timpani e sudore, di sguardi e luci fioche, mi pare oggi più che in altri tempi necessario. Una verità detta in solitudine non è altro che una condanna in molta parte di questo paese. Ma se rimbalza sulle lingue di molti, se viene protetta da altre labbra, se diviene pasto condiviso, smette di essere una verità e si moltiplica, assume nuovi contorni, diviene molteplice e non più ascrivibile solo ad un viso, ad uno scritto, ad una voce. E il simposio, la tavolata, il banchetto in cui ciò può avvenire, mi piace pensare possa essere anche la scena. Bisognerebbe pretendere che l’attenzione continua e straripante data alle dichiarazioni dei politici si asciugasse, e che fosse fatto spazio per un costante e polifonico racconto del paese. Pretendere che si moltiplichino racconti per conoscere e capire come unica condizione per prendere piena cittadinanza in questo paese, per capire davvero quali dinamiche lo governano, per conoscere cosa accade al di là dei tafferugli della politica. Come in una pagina di Victor Serge, quando durante un processo nella Russia di Stalin dinanzi al giudice che non ammette altro che fedeli e traditori, l’imputato innocente trascinato in gabbia digrigna trai denti: «nonostante tutto, la verità esiste».

sabato 27 ottobre 2007

Il consiglio comunale? Luogo di partecipazione

Nel comune di Minturno c’è un luogo fisico ed umano, che ogni cittadino di tanto in tanto, dovrebbe frequentare: il consiglio comunale. Non sarebbe tempo perso o sottratto a cose ben più importanti.
Sarebbe il tempo della partecipazione politica, un tempo prezioso per osservare, conoscere, capire, per rendersi conto di chi amministra e di come lo fa.
E il come lo fa, nel nostro comune è chiaro. Basta andare una sola volta ad uno qualsiasi dei consigli comunali per capire il perché di tante cose che non vanno nel nostro territorio. La maggior parte delle lamentele che noi cittadini quotidianamente manifestiamo , dipendono da scelte che i nostri amministratori fanno nel luogo dove si dovrebbe operare per il bene comune.
C’è una cosa che veramente sconvolge quando entri nella splendida sala consiliare, ti siedi ed hai davanti a te il consiglio al completo: l’assoluta mancanza di rispetto, una maleducazione imperante, un’arroganza sconvolgente. E questo devo dire, è un comportato molto diffuso soprattutto tra la maggioranza.
C’è chi mangia noccioline, chi legge il giornale, chi chiacchiera tranquillamente, chi porge le spalle al consigliere che sta parlando, chi rimane composto al suo posto, sembra assorto in altri pensieri ma pronto ad alzare la paletta quando si deve votare in modo già stabilito indipendentemente dal dibattito in aula.
Si resta sconvolti, di fronte ad una scena del genere. Qualcuno se ne va sdegnato. Qualche altro sorride per non piangere, altri ancora si sentono traditi come cittadini. Ma proprio per questo, superando tristezza rabbia e demotivazione, bisogna andare, bisogna che il cittadino, anche solo per ascoltare e senza diritto di parola, si riappropri con la sua presenza del luogo in cui tante decisioni e tanti progetti vengono approvati con una superficialità disarmante. Davanti a cittadini attenti….potranno i nostri amministratori continuare a mostrare questo volto sporco della politica?
Nella sala consiliare, alle spalle del sindaco, del presidente del consiglio e del segretario, c’è uno bellissimo crocifisso. Quante decisioni contro l’uomo vengono prese in nome di quel Cristo in croce. Chissà cosa pensa Dio in quei momenti. Forse da quegli occhi allibiti, scende una lacrima.

Susi De Renzi